wondering

Posted by sarah on Dic 12th, 2006

900 kilometri. in 3 giorni. e per fortuna mi piace guidare.
quando arriva il fine settimana e questa volta c’è pure il ponte e di stare a casa non se ne parla (ma CHI farà il bucato? la risposta è dentro di te, peccato che è sbajata…).
si prende una cartina stradale (che poi la si dimentichi sul mobile all’ingresso è cosa secondaria), si mettono in borsa poche cose (MAI dimenticare il costume, MAI!).
si sceglie una direzione generica (”andiamo a nord?” “si, dai, andiamo a nord”).
si porta con sè un barile di elasticità (checazzoèquella? - la fila del casello - ma mancano 20 km al casello - ecco, prendi la cassia bis va - ma per dove? - boh, che ti frega, è una strada simpatica), un po’ di voglia di chiacchiera (accendo la radio? - no, non fanno niente - che ne sai? - boh, me lo sento… ), qualcosa da festeggiare (davvero, te lo meriti) e via.
incidentalmente finiti in toscana, zona crete senesi, fra siena, san gimignano, asciano, colle val d’elsa e decine di meravigliosi paesi persi in quella nebbiolina melanconica che io amo così tanto, quando sto bene.
poi trovare un centro termale coi fiocchi (te l’ho detto, MAI senza costume!) che chiude a mezzanotte, infilarsi in una piscina calda all’aperto quando fuori fanno 5 gradi, uno scroscio di acqua bollente che ti distente la cervicale, i fumi del vapore che ti bruciano un po’ gli occhi.
poi addentrarsi nei canali e scoprire che c’è un hammam, con profumi d’oriente e silenzio d’oro.
uscire da lì dopo ore rigenerati, ridendo perchè anche questa volta ho incontrato qualcuno di conosciuto. lassù, a 250 km da casa, a mollo come una ranocchia in una pozza sento la voce inconfondibile di un collega d’ufficio.
e le presentazioni imbarazzate in costume da bagno (cavolo ma sono bianca come un cadavere - dov’è la novità? - stronzo - si tesoro, anche io ) finite in risate moleste.
poi fermarsi al negozietto di paese e fare incetta di pecorini, formaggi di fossa, salamini di cinghiale, prosciutti di cinta senese e meraviglie di vario genere.
accompagnate da pane sciocco e focaccina (noi lo si chiama il ciaccino signora - lei lo chiami come meglio crede ma abbondi, abbondi).
e quel chianti meraviglioso e il sonno ristoratore. e ricordarsi di nuovo l’importanza e la meraviglia delle piccole grandi cose.
poi partire di nuovo la mattina e decidere che da siena la via più breve è quella per grosseto. il tutto per vedere l’abbazia di san galgano, quella con la spada nella roccia.
e per rivedere il mare. che poi l’aurelia è deserta e si vien giù una meraviglia. e il tempo regge, anche.
e ridere della chiamata spaventata di mia madre che ci annuncia pioggia torrenziale, uragano, fine del mondo, unacosaterribilestateattenti e noi la pioggia la si trova solo a roma. dal cartello in poi.
come dire, tutte le cose belle finiscono. anzi no, si interrompono.
poi, se si guarda nella stessa direzione, ricominciano. anche più belle.

casa dolce casa

Posted by sarah on Nov 29th, 2006

il carrello tocca la pista e io rido. e la tosse non c’è più. come non c’è più il colore grigio sulla mia pelle, né quel vago senso di un’altro giorno qui e spacco tutto.
non ho niente di particolare contro Bruxelles. niente, davvero.
si è vero, il clima fa schifo, ma c’ho vissuto nove anni in un posto dove il clima faceva schifo e a tratti sono stata anche bene.
manca la luce a Bruxelles. soprattutto se per lavoro stai 16 giorni per 13 ore al giorno in una stanza al piano minus one di un palazzo le cui finestre sono oscurate e non si possono aprire, sebbene ci siano, perché se ci provi, e nemmeno a dirlo che c’ho provato, arrivano quelli della sicurezza e restano lì a guardarti male, fumando delle puzzolenti L&M finché non richiudi.
ma non ho niente contro Bruxelles. c’è di peggio, voglio dire.
tipo Varsavia, per dire.
eppure quando quel benedetto carrello tricolore ha toccato la pista del mio aeroporto, beh, ho sorriso di gusto.
c’era il sole, a Roma. un sole caldo, addirittura primaverile, addirittura eccessivo, vista la stagione.
c’era il sole e la gente parlava la mia lingua, invece di quell’orrendo misto di francese e flemish.
come dice Frank, flemish is not a language, is a throat disease e detto da lui è quasi una confessione mista a scuse.
il mio letto è la cosa che mi è mancata di più, lo ammetto.
poi il mio bagno e la mia cucina/frigorifero. l’ultima novità della catena NH è che se apri il frigobar, carico di porcate, manco a dirlo, e per sbaglio o anche solo per curiosità sollevi una bottiglia, una lattina o un orrido snack ipercalorico, ZAC, è già sul tuo conto. tutto automatizzato. una cosa da brividi.
e poi in quelle fottute stanze pseudo-chic con salottino e stampe in cornice d’oro alle pareti e grandi specchi (ma non era una catena business oriented?) c’è un caldo insopportabile e ingovernabile.
tutto l’albergo dorme con le finestre aperte. basta guardare nel cortile per rendersene conto.
tutti spengono il riscaldamento e se ne lamentano. basta allungare le orecchie a colazione, per accorgersene.
eppure loro niente, ti cuociono lentamente, al vapore.
maledetti.
c’è un meraviglioso fitness center, anche se l’hanno nascosto così bene che per dirti dove sia ti consigliano di seguire le indicazioni per il bagno, nella lobby.
peccato che dopo 13 ore di lavoro al giorno di correre su un tapis-roulant non se ne parla proprio. al massimo un bagno turco o una sauna. ammesso di sopportare la compagnia.
però il tipo-gatorade lo puoi avere gratis e in 3 gusti dal pratico distributore.
si fa schifo, è vero. ma se mischi lime e blackcurrant (2/3 e 1/3) non è poi male e sa di sciroppo per la tosse freddo.
ma non ho niente contro Bruxelles, davvero.
mi piacciono persino i ristoranti, di Bruxelles, anche se ho mangiato in 16 giorni la mia razione di proteine animali di un anno e mezzo. abbondante.
la gente che lavora con me, poi, è adorabile. alcuni di loro li conosco da tanto, oramai. sono quasi amici.
però Roma è Roma. e l’atmosfera del mio ufficio impareggiabile.
non ho niente contro Bruxelles, dicevo, ma quando quel carrello ha toccato quella pista, ho guardato a sinistra, all’uomo che chiede sempre il posto corridoio e che mi ha comprato lo sciroppo per la tosse nella farmacia francese di fronte all’albergo e me ne ha preparato un cucchiaio ogni sera, subito prima di darmi il bacio della buona notte e gli ho sorriso.
gli ho sorriso come sorridono i bambini quando tornano a casa dalla scuola, dove pure si sono divertiti, ma la casa è un’altra cosa.
l’ho guardato piena dei suoi occhi sinceri piegati a lunetta all’ingiù, quando ride e ho capito che stava pensando esattamente la stessa cosa: non ci verremo mai a vivere lassù, cari miei. anche se non abbiamo niente, contro Bruxelles. non ci verremo mai nel vostro buio e nel vostro strano mondo internazionale. perché si, è tutto bello e voi siete tanto carini, ma la nostra casa è qui, oramai. in questo assurdo paese che è l’Italia, in questa città immensa che è Roma, dove tutto ha un altro sapore e un altro colore. e volersi bene ha un profumo di primavera e i colori del mare vicino. e il resto beh, non conta.

paul

Posted by sarah on Ott 30th, 2006

paul, caro il mio docente di lingua inglese.
paul, caro il mio irlandesino del cazzo.
paul, caro il mio “could you come to my office to be tested?”.
paul. se pensi che sentirsi dire “i’ve got good news and bad news. the good news is that your english is good, the bad news is that is TOO good for my class”, sia piacevole quando ti serve una scusa qualunque per passare alcune ora fuori da quell’inferno che è diventato il mio ufficio, beh. beh.
vaffanculo, tipo.

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