Fajčenie môže zabìjat’

Posted by sarah on Feb 27th, 2007

sono seduta ad un tavolino in un albergo di bratislava.
per essere bratislava dev’essere anche un bell’albergo.
a me fa tristezza comunque.
per arrivare qui ho preso un aereo da roma a vienna, poi un pullman da vienna a bratislava, di quelli presi da povera gente con valige legate con gli spaghi e galline. o quasi.
l’autista è simpatico.
non parla una parola di nessuna lingua da me conosciuta, ma con i gesti si fa capire.
quando scendo, in una stazione ricordo del fu socialismo reale, mi saluta con un rivedeci! entusiasta.
poi un taxi stanco mi porta a velocità impropria all’indirizzo che mi sono premurata di trascrivere su un pezzo di carta.
che certe lettere non le so pronunciare, io.
sono seduta a questo tavolino di questo albergo di questa bratislava.
è il mercoledì delle ceneri.
non ho fatto penitenza, non farò penitenza.
verrò punita con le notizie del governo che cade e si/mi fa male.
sto aiutando Ivetta.
Ivetta è la nostra interprete italiano slovacco perché in slovacchia pare che nessuno sappia l’inglese. o il francese.
forse un po’ di tedesco.
tendenzialmente solo lo slovacco.
e allora Ivetta traduce per noi domande difficili e risposte difficili.
vocaboli tecnici, che mentre li pronuncio penso ad Ivetta e mi vergogno di averli usati.
ma lei non si perde d’animo e traduce parlando come una macchinetta alla velocità della luce.
è brava Ivetta.
faceva la biologa ricercatrice, l’italiano l’ha imparato a milano, allo IEO.
il mondo in qualche modo è proprio piccolo.
Ivetta ha tradotto per noi.
ora tocca a me aiutarla in questa impresa mastodontica del tradurre in un italiano adatto alla stampa il discorso del suo presidente della repubblica in occasione della visita al nostro.
tre ore.
e lei è già di suo un fenomeno.
tre ore alla fine delle quali scopriamo che forse il presidente non potrà parlare di un impegno in afghanistan.
forse non ci sarà nemmeno un governo di cui parlare, per allora.
intanto scrivo per Ivetta una versione vendibile di questo discorso, mentre sorseggio un ottima Pina Colada.
il conto alla fine sarà di poco più di 5 euro in tutto.
Ivetta vuole pagare lei per forza, per ringraziarmi dell’aiuto.
vorrei insistere, ma lei mi dice che noi la paghiamo in euro ai prezzi italiani e che lei lì sta bene.
la sera, a cena, con grande impegno riuscirò a spendere la bellezza di 6 euro per un pasto completo.
la media di spesa giornaliera si aggira intorno agli 8 euro.
torno a casa con le corone slovacche nel portafoglio.
sul filobus che prendo per andare in ufficio la mattina, mi domando che posto sia, davvero, la slovacchia.
R., al telefono, mi chiede se i tassisti hanno fatto strane domande anche a me.
dico di no.
a lui, l’anno scorso, hanno chiesto in un italiano stentato ma efficace divertire? puttane?.
in fila per entrare in austria, di nuovo sul pullman, di nuovo col medesimo autista, mi guardo intorno e vedo gente di confine.
gente con un’identità confusa, gente con vestiti da poco.
non sono gentili.
nemmeno sgarbati.
semplicemente ignorano gli altri e uscendo dai locali, se saluti, non ti rispondono.
non usa, dice Ivetta.
arrivata a vienna, in aeroporto, cerco di perdere il cellulare senza riuscirci.
per festeggiare, compro una sacher torte in scatola di legno e la porto a casa.
R. ne è molto felice e mia sorella, che per una volta mi trova a roma in uno dei suoi passaggi estemporanei, ancora di più.
io sono ancora un po’ spaesata.
penso alla romania e alla giordania e alla russia che mi attendono.
penso alle umanità variegate che troverò ancora nei miei viaggi.
penso che l’ufficio personale mi ha chiesto di giustificare le assenze del 19 e del 31 gennaio e io non so dove fossi.
ho bisogno di una vacanza, ma l’idea di prendere un altro aereo mi da la nausea.
almeno fino a domani.

che anno è?

Posted by sarah on Nov 2nd, 2006

anche ieri, sveglia in un albergo di un posto che non sapevo quale fosse fino a che non ho guardato fuori dalla finestra, mi sono ricordata di essere nel fuso orario sbagliato, come sempre.
il mio orologio biologico segna 3 di vertumno del 1973. sono le 12 e trenta minuti. è una bellerrima e solazzante jornata. ho il fegato sintonizzato su mtv e il pancreas su k-rock (che dio vi protegga, ragazzi). dalle cucine, inconfondibile, l’odore di finocchi gratinati, zuppa di crotalo e cus-cus di armadillo per colazione.
il che mi indica chiaramente che sono di nuovo a bruxelles. la città senza identità che vive di colazioni riflesse, di riflessi sui gratteceli della belgacom, di consessi e congressi. e di commistione fra i sessi.
mi alzo, e mentre cerco l’autoreggente destra, lanciata nella notte chissà dove, scopro che la metà sinistra del mio letto (sinistra per chi dorme, non per chi legge) è occupata.
non avendo l’abitudine di rimorchiare quando sono in viaggio di lavoro, …correggo, non avendo l’abitudine di rimorchiare in generale, dev’essere qualcuno autorizzato a dormire lì. considerato che solo un umanoide è attualmente dotato della suddetta autorizzazione, dev’essere proprio lui. quello lì. quello normale che ad un tratto ha infestato la mia vita in modo graziosamente tenace.
mi chiedo di nuovo dove sono. e soprattutto nella stanza di CHI dei due sto svegliandomi. avere due camere a disposizione in alberghi omologati distrugge. appena capisco chi sia l’intestatario lo scrivo col rossetto sullo specchio. con ps: signora delle pulizie, pulisci lo specchio e sei morta.
accendo la tv su “info”. buongiorno, questa è la stanza di umanoide autorizzato, vuole forse vedere il conto? preferisce un film porno? un succo di prugne dal minibar?”.
stanza di umanoide autorizzato. grazie per l’ospitalità matrigna, che mi hai dato in cambio di calza autoreggente destra. io vado. dì tu ad UA che ci vediamo giù per colazione. davanti all’entrecote di armadillo.
è solo davanti all’ascensore, quando continuo a smadonnare perché pur spingendo il tasto ^ nulla accade, che sento la voce di collegaspagnolocondentieraecolesteroloalto, che dietro di me dice una cosa tipo hola, chica, es inutiles che spinges il bottones per salires, siamos all’ultimos pianos, aqui. e in più te mancas la calzas destra. vuergognates. gli spagnoli si sa, parlano tutti con la s finale alle parole. e soprattutto non si fanno i cazzi propri. e se la prossima volta il gentile concierge francese con la faccia da turco checca non ci da due stanze sullo stesso piano (come fecero ammiccando quelli di rotterdam), io faccio un outing isterico in pieno seminario, col mascara colato e il moccio formato gigi_la_trottola mentre urlo fanculo ok? io e umanoide autorizzato si professa il concubinato alla faccia vostra, ma mica per questo dovete rompere il cazzo eh?.
ciò detto brussels è la solita città di merda. anche se ogni volta che sono qui finisco per trovare motivo di gaudio maximo raccontandomela bellamente. come quella volta che urlai al telefono ai colleghi in ufficio che mi pigliavano per il culo perché vinco sempre le missioni più stronze e noiose: ehi, qui è fichissimo, ci si diverte da matti!!!.
da allora quando torno a roma li trovo ad aspettarmi coi cappellini in testa e le lingue di menelik a cantare brazil, lallalllallaaallaaaaa che un giorno di questi gli avveleno i Godiva cream fresh. almeno la loro porzione.

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