Fajčenie môže zabìjat’
sono seduta ad un tavolino in un albergo di bratislava.
per essere bratislava dev’essere anche un bell’albergo.
a me fa tristezza comunque.
per arrivare qui ho preso un aereo da roma a vienna, poi un pullman da vienna a bratislava, di quelli presi da povera gente con valige legate con gli spaghi e galline. o quasi.
l’autista è simpatico.
non parla una parola di nessuna lingua da me conosciuta, ma con i gesti si fa capire.
quando scendo, in una stazione ricordo del fu socialismo reale, mi saluta con un rivedeci! entusiasta.
poi un taxi stanco mi porta a velocità impropria all’indirizzo che mi sono premurata di trascrivere su un pezzo di carta.
che certe lettere non le so pronunciare, io.
sono seduta a questo tavolino di questo albergo di questa bratislava.
è il mercoledì delle ceneri.
non ho fatto penitenza, non farò penitenza.
verrò punita con le notizie del governo che cade e si/mi fa male.
sto aiutando Ivetta.
Ivetta è la nostra interprete italiano slovacco perché in slovacchia pare che nessuno sappia l’inglese. o il francese.
forse un po’ di tedesco.
tendenzialmente solo lo slovacco.
e allora Ivetta traduce per noi domande difficili e risposte difficili.
vocaboli tecnici, che mentre li pronuncio penso ad Ivetta e mi vergogno di averli usati.
ma lei non si perde d’animo e traduce parlando come una macchinetta alla velocità della luce.
è brava Ivetta.
faceva la biologa ricercatrice, l’italiano l’ha imparato a milano, allo IEO.
il mondo in qualche modo è proprio piccolo.
Ivetta ha tradotto per noi.
ora tocca a me aiutarla in questa impresa mastodontica del tradurre in un italiano adatto alla stampa il discorso del suo presidente della repubblica in occasione della visita al nostro.
tre ore.
e lei è già di suo un fenomeno.
tre ore alla fine delle quali scopriamo che forse il presidente non potrà parlare di un impegno in afghanistan.
forse non ci sarà nemmeno un governo di cui parlare, per allora.
intanto scrivo per Ivetta una versione vendibile di questo discorso, mentre sorseggio un ottima Pina Colada.
il conto alla fine sarà di poco più di 5 euro in tutto.
Ivetta vuole pagare lei per forza, per ringraziarmi dell’aiuto.
vorrei insistere, ma lei mi dice che noi la paghiamo in euro ai prezzi italiani e che lei lì sta bene.
la sera, a cena, con grande impegno riuscirò a spendere la bellezza di 6 euro per un pasto completo.
la media di spesa giornaliera si aggira intorno agli 8 euro.
torno a casa con le corone slovacche nel portafoglio.
sul filobus che prendo per andare in ufficio la mattina, mi domando che posto sia, davvero, la slovacchia.
R., al telefono, mi chiede se i tassisti hanno fatto strane domande anche a me.
dico di no.
a lui, l’anno scorso, hanno chiesto in un italiano stentato ma efficace divertire? puttane?.
in fila per entrare in austria, di nuovo sul pullman, di nuovo col medesimo autista, mi guardo intorno e vedo gente di confine.
gente con un’identità confusa, gente con vestiti da poco.
non sono gentili.
nemmeno sgarbati.
semplicemente ignorano gli altri e uscendo dai locali, se saluti, non ti rispondono.
non usa, dice Ivetta.
arrivata a vienna, in aeroporto, cerco di perdere il cellulare senza riuscirci.
per festeggiare, compro una sacher torte in scatola di legno e la porto a casa.
R. ne è molto felice e mia sorella, che per una volta mi trova a roma in uno dei suoi passaggi estemporanei, ancora di più.
io sono ancora un po’ spaesata.
penso alla romania e alla giordania e alla russia che mi attendono.
penso alle umanità variegate che troverò ancora nei miei viaggi.
penso che l’ufficio personale mi ha chiesto di giustificare le assenze del 19 e del 31 gennaio e io non so dove fossi.
ho bisogno di una vacanza, ma l’idea di prendere un altro aereo mi da la nausea.
almeno fino a domani.