amarezza e limoncello
alle cinque di mattina non si sente già più il rumore dell’acqua.
l’odore del mare, poi, forse non l’hanno mai sentito.
alzo lo sguardo e vedo solo costruzioni incomplete arroccate su un pendio che grida vendetta.
un albergo, lì, a sinistra, unico edificio intonacato di fresco, violentatore anch’esso di panorama.
i muletti si agitano senza regola, la gente urla, c’è un puzzo violento e fastidioso di polveri sottili, gas di scarico, sudore stantio.
lo stato qui indossa mocassini logori, pantaloni lisi, una camicia con le rigone anni ‘80 e una fruit dal collo nero e consumato.
provo vergogna, rabbia, un vago senso di vomito.
sembriamo un cartone animato.
noi lindi e pinti, organizzati, rapidi, sicuri, ordinati.
sembriamo tedeschi, qui.
loro che ci fanno perdere ore sperando di prenderci per sfiancamento e poi, arresi, fanno finta di adorarci, ma stasera chiederanno alle loro donne di farci un bel malocchio per non farci tornare.
se mi guardo intorno capisco di non riuscire a distinguere i “buoni” dai “cattivi”.
gli uni dagli altri.
il guaio è che loro stanno tutti dalla stessa parte: quella di voglio mettere i piedi sotto al tavolo il prima possibile.
le donne locali, le mie intendo, non chiedono suggerimenti, informazioni, notizie, ma cercano solo di sapere se anche a roma mangiamo quella bomba calorica che le loro madri impastano per pasqua.
dico loro che si, alcuni lo mangiano.
sono rallegrate di questo. e di nient’altro.
quando andiamo via, sporchi di polvere, le mani rovinate dai ferri usati, con il naso nero e bruciato dal sole, i capelli annodati di salsedine, terra e quelle poche gocce di pioggia venute solo per spiegare il significato di “avete la mia benedizione, piccoli rompicoglioni venuti a smuore l’immobilità”, in silenzio piango.
la mia italia muore davanti ai miei occhi.
saliamo in macchina con l’amarezza di chi ha visto che è inutile. tutto inutile.
non c’è più nessuna speranza. nemmeno per quelli che vorrebbero.
io lo amo il sud.
amo la gente del sud. certa gente.
ma ieri, tornando a casa, ho capito che gli ecomostri non sono solo quelle costruzioni improbabili che hanno distrutto per sempre il paesaggio di quelle zone.
l’ecomostro è in ognuna di quelle persone, inghittite in quel microcosmo, fagocitati da quella madre matrigna che non gli lascia uscita.
nemmeno alla fine del tunnel.
dove la luce, ahimè, è spenta.
almeno finché non si strova un nuovo contatore a cui, abusivamente, attaccarsi.