casa dolce casa

Posted by sarah on Nov 29th, 2006

il carrello tocca la pista e io rido. e la tosse non c’è più. come non c’è più il colore grigio sulla mia pelle, né quel vago senso di un’altro giorno qui e spacco tutto.
non ho niente di particolare contro Bruxelles. niente, davvero.
si è vero, il clima fa schifo, ma c’ho vissuto nove anni in un posto dove il clima faceva schifo e a tratti sono stata anche bene.
manca la luce a Bruxelles. soprattutto se per lavoro stai 16 giorni per 13 ore al giorno in una stanza al piano minus one di un palazzo le cui finestre sono oscurate e non si possono aprire, sebbene ci siano, perché se ci provi, e nemmeno a dirlo che c’ho provato, arrivano quelli della sicurezza e restano lì a guardarti male, fumando delle puzzolenti L&M finché non richiudi.
ma non ho niente contro Bruxelles. c’è di peggio, voglio dire.
tipo Varsavia, per dire.
eppure quando quel benedetto carrello tricolore ha toccato la pista del mio aeroporto, beh, ho sorriso di gusto.
c’era il sole, a Roma. un sole caldo, addirittura primaverile, addirittura eccessivo, vista la stagione.
c’era il sole e la gente parlava la mia lingua, invece di quell’orrendo misto di francese e flemish.
come dice Frank, flemish is not a language, is a throat disease e detto da lui è quasi una confessione mista a scuse.
il mio letto è la cosa che mi è mancata di più, lo ammetto.
poi il mio bagno e la mia cucina/frigorifero. l’ultima novità della catena NH è che se apri il frigobar, carico di porcate, manco a dirlo, e per sbaglio o anche solo per curiosità sollevi una bottiglia, una lattina o un orrido snack ipercalorico, ZAC, è già sul tuo conto. tutto automatizzato. una cosa da brividi.
e poi in quelle fottute stanze pseudo-chic con salottino e stampe in cornice d’oro alle pareti e grandi specchi (ma non era una catena business oriented?) c’è un caldo insopportabile e ingovernabile.
tutto l’albergo dorme con le finestre aperte. basta guardare nel cortile per rendersene conto.
tutti spengono il riscaldamento e se ne lamentano. basta allungare le orecchie a colazione, per accorgersene.
eppure loro niente, ti cuociono lentamente, al vapore.
maledetti.
c’è un meraviglioso fitness center, anche se l’hanno nascosto così bene che per dirti dove sia ti consigliano di seguire le indicazioni per il bagno, nella lobby.
peccato che dopo 13 ore di lavoro al giorno di correre su un tapis-roulant non se ne parla proprio. al massimo un bagno turco o una sauna. ammesso di sopportare la compagnia.
però il tipo-gatorade lo puoi avere gratis e in 3 gusti dal pratico distributore.
si fa schifo, è vero. ma se mischi lime e blackcurrant (2/3 e 1/3) non è poi male e sa di sciroppo per la tosse freddo.
ma non ho niente contro Bruxelles, davvero.
mi piacciono persino i ristoranti, di Bruxelles, anche se ho mangiato in 16 giorni la mia razione di proteine animali di un anno e mezzo. abbondante.
la gente che lavora con me, poi, è adorabile. alcuni di loro li conosco da tanto, oramai. sono quasi amici.
però Roma è Roma. e l’atmosfera del mio ufficio impareggiabile.
non ho niente contro Bruxelles, dicevo, ma quando quel carrello ha toccato quella pista, ho guardato a sinistra, all’uomo che chiede sempre il posto corridoio e che mi ha comprato lo sciroppo per la tosse nella farmacia francese di fronte all’albergo e me ne ha preparato un cucchiaio ogni sera, subito prima di darmi il bacio della buona notte e gli ho sorriso.
gli ho sorriso come sorridono i bambini quando tornano a casa dalla scuola, dove pure si sono divertiti, ma la casa è un’altra cosa.
l’ho guardato piena dei suoi occhi sinceri piegati a lunetta all’ingiù, quando ride e ho capito che stava pensando esattamente la stessa cosa: non ci verremo mai a vivere lassù, cari miei. anche se non abbiamo niente, contro Bruxelles. non ci verremo mai nel vostro buio e nel vostro strano mondo internazionale. perché si, è tutto bello e voi siete tanto carini, ma la nostra casa è qui, oramai. in questo assurdo paese che è l’Italia, in questa città immensa che è Roma, dove tutto ha un altro sapore e un altro colore. e volersi bene ha un profumo di primavera e i colori del mare vicino. e il resto beh, non conta.

che anno è?

Posted by sarah on Nov 2nd, 2006

anche ieri, sveglia in un albergo di un posto che non sapevo quale fosse fino a che non ho guardato fuori dalla finestra, mi sono ricordata di essere nel fuso orario sbagliato, come sempre.
il mio orologio biologico segna 3 di vertumno del 1973. sono le 12 e trenta minuti. è una bellerrima e solazzante jornata. ho il fegato sintonizzato su mtv e il pancreas su k-rock (che dio vi protegga, ragazzi). dalle cucine, inconfondibile, l’odore di finocchi gratinati, zuppa di crotalo e cus-cus di armadillo per colazione.
il che mi indica chiaramente che sono di nuovo a bruxelles. la città senza identità che vive di colazioni riflesse, di riflessi sui gratteceli della belgacom, di consessi e congressi. e di commistione fra i sessi.
mi alzo, e mentre cerco l’autoreggente destra, lanciata nella notte chissà dove, scopro che la metà sinistra del mio letto (sinistra per chi dorme, non per chi legge) è occupata.
non avendo l’abitudine di rimorchiare quando sono in viaggio di lavoro, …correggo, non avendo l’abitudine di rimorchiare in generale, dev’essere qualcuno autorizzato a dormire lì. considerato che solo un umanoide è attualmente dotato della suddetta autorizzazione, dev’essere proprio lui. quello lì. quello normale che ad un tratto ha infestato la mia vita in modo graziosamente tenace.
mi chiedo di nuovo dove sono. e soprattutto nella stanza di CHI dei due sto svegliandomi. avere due camere a disposizione in alberghi omologati distrugge. appena capisco chi sia l’intestatario lo scrivo col rossetto sullo specchio. con ps: signora delle pulizie, pulisci lo specchio e sei morta.
accendo la tv su “info”. buongiorno, questa è la stanza di umanoide autorizzato, vuole forse vedere il conto? preferisce un film porno? un succo di prugne dal minibar?”.
stanza di umanoide autorizzato. grazie per l’ospitalità matrigna, che mi hai dato in cambio di calza autoreggente destra. io vado. dì tu ad UA che ci vediamo giù per colazione. davanti all’entrecote di armadillo.
è solo davanti all’ascensore, quando continuo a smadonnare perché pur spingendo il tasto ^ nulla accade, che sento la voce di collegaspagnolocondentieraecolesteroloalto, che dietro di me dice una cosa tipo hola, chica, es inutiles che spinges il bottones per salires, siamos all’ultimos pianos, aqui. e in più te mancas la calzas destra. vuergognates. gli spagnoli si sa, parlano tutti con la s finale alle parole. e soprattutto non si fanno i cazzi propri. e se la prossima volta il gentile concierge francese con la faccia da turco checca non ci da due stanze sullo stesso piano (come fecero ammiccando quelli di rotterdam), io faccio un outing isterico in pieno seminario, col mascara colato e il moccio formato gigi_la_trottola mentre urlo fanculo ok? io e umanoide autorizzato si professa il concubinato alla faccia vostra, ma mica per questo dovete rompere il cazzo eh?.
ciò detto brussels è la solita città di merda. anche se ogni volta che sono qui finisco per trovare motivo di gaudio maximo raccontandomela bellamente. come quella volta che urlai al telefono ai colleghi in ufficio che mi pigliavano per il culo perché vinco sempre le missioni più stronze e noiose: ehi, qui è fichissimo, ci si diverte da matti!!!.
da allora quando torno a roma li trovo ad aspettarmi coi cappellini in testa e le lingue di menelik a cantare brazil, lallalllallaaallaaaaa che un giorno di questi gli avveleno i Godiva cream fresh. almeno la loro porzione.